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Beatrice Monti della Corte. Una voce libera e cosmopolita

Autrice: Cristiana Campanini - Art Around

Nella Milano degli anni Cinquanta questa giovane gallerista espone i maestri del Novecento tessendo relazioni tra Usa e Italia, ma non solo

Un ritratto di Beatrice Monti della Corte.

Il vicino di casa, a Capri, era lo scrittore Curzio Malaparte, nella sua casa-monolite, sdraiata sulla scogliera e disegnata da Adalberto Libera, poi set del film Il disprezzo (Le Mépris), diretto da Jean-Luc Godard nel 1963. Cresceva così, in una sintesi tra modernità graffiante, natura incontaminata e un fascino senza tempo. Altera, affusolata, Beatrice Monti della Corte era orfana di un’altrettanto elegante madre armena di Costantinopoli. Educata al cosmopolitismo, nel culto delle arti e della letteratura. Accanto a lei, scorrevano figure come Moravia o Max Ernst.

Nel 1955 non aveva ancora compiuto 25 anni (per rassicurare i suoi interlocutori indossava occhiali finti), quando indirizzava tutte le sue ambizioni nell’arte, ma senza dimenticare mai la letteratura. Lo faceva da subito senza incertezze, nelle due sale della galleria, in via Sant’Andrea, a Milano, già sede della Galleria del Sole.

La sua naturale determinazione si traduceva fin dal nome della galleria, L’Ariete, il suo simbolo zodiacale tradotto in un’agile grafica disegnata da Franco Rognoni.

Pianta della galleria per l'allestimento della mostra di Tim Borrows, Hamish Fulton, Brower Hatche, 1969. Archivio Beatrice Monti della Corte.

L’esordio avviene con una primissima mostra di opere grafiche di Picasso. Nonostante la presentazione fosse firmata dal vate del dadaismo, Tristan Tzara, forse come prima mostra ha scelto un profilo "Non molto compromettente”, come suggerisce la storica dell’arte e responsabile dell’archivio della galleria, Caterina Toschi nell’interessante articolo “Ova in mostra alla Galleria dell'Ariete. La promozione di Beatrice Monti della Corte dell'opera di Lucio Fontana", pubblicato in “Lucio Fontana. Fine di Dio” (a cura di Enrico Crispolti, Forma Edizioni, Firenze, 2017). 

Ma in fretta, già dalla seconda mostra scopre le carte in tavola, mostrando una personalissima e lucida visione. Ecco ”Sculture di pittori. Pitture di scultori”, a invertire coordinate consolidate di sistema. Il testo d’introduzione di Dino Buzzati confermava gli obiettivi avventurosi: “Perché stabilire dei rigidi canoni? Le arti sono del vasi comunicanti, una vive dell’altra. I limiti di separazione non si possono neanche stabilire”. Tra gli scultori chiamati a dipingere, oltre a Arturo Martini, Marino Marini, Giacomo Manzu, c'era Lucio Fontana, con il quale la collaborazione s’intrecciava all’amicizia (spesso l’artista si recava in galleria per una chiacchiera serale oppure un aiuto, anche sulla traduzione dei testi in inglese).

Lucio Fontana e Beatrice Monti della Corte, vernissage della mostra 'Lucio Fontana. Le ova", Galleria dell'Ariete. Milano, giugno 1963. Foto Ugo Mulas.

Ogni mostra era accompagnata dalle edizioni di brevi saggi numerati, con firme come Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti e Gillo Dorfles. Se nel primo periodo si focalizzava sulla scena italiana, da Carla Accardi (1957 e 1966) a Tancredi Parmeggiani (1959 e 1961), dagli anni Sessanta irrompeva il mondo dell’arte internazionale, soprattutto inglese e americano, dal focus su Francis Bacon (1958) a una collettiva sull’espressionismo astratto “Undici americani” (1960). E poi Kenneth Noland (1960), Morris Louis (1960), Robert Rauschenberg (1961, ben tre anni prima della sua vittoria del Leone d’oro alla Biennale di Venezia). E ancora Jim Dine (1962). Ogni mostra era accompagnata dalle edizioni di brevi saggi numerati, con firme come Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti e Gillo Dorfles.

Beatrice Monti con l’artista Tancredi Parmeggiani. Foto Ugo Mulas.

Monti si faceva promotrice dell’arte italiana negli Usa, con Alighiero Boetti, Enrico Castellani, Giulio Paolini. Questo ponte tra arte europea e americana era emanazione dell’amicizia strategica con Leo Castelli, gallerista tessitore di relazioni internazionali, tra mercato dell’arte e diplomazia internazionale. Questo indirizzo l’avrebbe accompagnata fino al 1979, quando il suo viaggio sarebbe poi continuato nella letteratura, accanto al marito, lo scrittore Gregor von Rezzori, a cui dedica la Santa Maddalena Foundation in Toscana, premio e residenza per scrittori. Ma è la tempra cosmopolita la sua cifra, quella che ha portato i giganti del Novecento in galleria, che ha convinto istituzioni come il Metropolitan e il MoMA di New York ad acquistarne le opere. Quella statura internazionale è riconosciuta oggi dall’acquisizione da parte del Getty Research Institute dell’archivio della galleria, il primo archivio di una mercante donna raccolto dall’istituzione.

Un ritratto di Beatrice Monti della Corte.
Alighiero Boetti, Orologio annuale, 1977, invito. Archivio Beatrice Monti della Corte.