Cultura Arte

Carla Pellegrini e il viaggio libero nel piacere dell’arte

Autrice: Cristiana Campanini - Art Around

La sua galleria Milano è stata un laboratorio di coscienza critica, da metà anni Sessanta un salotto culturale per generazioni

Carla Pellegrini in galleria nel suo studio, alle sue spalle un’opera di Nanni Valentini, courtesy Archivio Fondazione Galleria Milano.

Radicale. Fuori dal coro. Al servizio degli artisti, più che del mercato. Orgogliosamente, senza scuderia. Indifferente a inseguire gruppi o movimenti oppure a rincorrere una linea specifica. È stata anche questo, la Galleria Milano di Carla Pellegrini (1931-2019), un giardino di più di 300 mostre in oltre sessant’anni di attività, dal 1965 al 2019, ma non solo.

Esterno, da via Turati della Galleria Milano, courtesy Archivio Fondazione Galleria Milano.
Allestimento della mostra di Alik Cavaliere alla Galleria Milano, 2012, courtesy Archivio Fondazione Galleria Milano.

Pellegrini coglieva un seme dell’arte milanese di primo Novecento, per farlo germogliare nel suo tempo. Fondata nel 1928 su iniziativa di uno storico e critico d’arte come Enrico Somaré, volto romantico della Milano letteraria d’inizio Novecento, dedito alla poesia e alla pittura del secolo precedente, nella sua libreria-galleria Milano. Chiusa durante la Seconda Guerra Mondiale, riapriva i battenti nel 1964 in via della Spiga, su iniziativa dei figli, Guido e Sandro, entrambi artisti. Più che galleria commerciale, si riaccendeva, in forma di spazio gestito da artisti, tra cui Aldo Bergolli, Mario Rossello e Gianni Dova. A raccoglierne in fretta le intenzioni un po’ incostanti degli artisti è un’amica di sempre, Carla Pellegrini, che convogliava quelle energie in una galleria fuori dal coro, indifferente alle regole classiche del mercato.

Aldo Tagliaferro all’inaugurazione alla Galleria Milano, courtesy Archivio Fondazione Galleria Milano.
Valeria Berardinone ritratta alla Galleria Milano nel 2007, courtesy Archivio Fondazione Galleria Milano.

Ma qual è stata la sua chiave? Pellegrini rispondeva risoluta e limpida nel titolo delle sue memorie, un flusso di ricordi raccolti da Elio Grazioli, con la gustosa immediatezza di una chiacchiera informale tra amici (Edizioni a+mbookstore, 2018): “Io sono Carla Pellegrini – Storia della galleria Milano e di tutto quello che mi è piaciuto fare”. Ed ecco la chiave: il piacere dell’arte senza condizioni, un’inesausta curiosità che dà gusto alla vita e nutre una storia di galleria. Nessun edonismo narcisista, ma un diletto esistenziale ed etico, in senso etimologico, dal latino di-legere, un piacere intellettuale di “scegliere tra”. Ed ecco materializzarsi un viaggio inaspettato condotto da conoscenza e istinto: una sequenza libera di artisti decentrati, come Luigi Veronesi o Antonio Caldera, ad esempio, tra avanguardie storiche e astrazione. E poi l'arte concettuale di Vincenzo Agnetti, Gianfranco Baruchello e Carlo Alfano, ma anche Valentina Berardinone, che spaziava tra pittura, installazioni e film sperimentali.

Ma qual è stata la linea, la strategia di galleria? «Tutti l’avevano», rispondeva Carla Pellegrini.

Un ritratto scattato da Paola Mattioli dedicato a Valentina Berardinone, 1972. Courtesy Paola Mattioli.

«Le Noci l’aveva, la Beatrice Monti aveva tutti gli americani, aveva Tancredi... Poi c’era Lorenzelli, anche Il Naviglio aveva una sua linea, Carlo Grossetti l’aveva... Io, che so, forse non ero abbastanza “seria”, sono sempre stata balzana come sono stata tutta la vita». Questa libertà di sguardo affiorava fin dagli esordi, quando le prime mosse puntavano all’Art Déco e poi alla Pop inglese. Nell’aprile del 1966, la mostra “London Under Forty”, mostrava una generazione di artisti inglesi in una Milano dalle antenne internazionali, con la collega Beatrice Monti che accoglieva David Hockney e l’amico gallerista Giorgio Marconi, che aveva da poco esposto Richard Hamilton.

Lucio Fontana e Sandro Somarè alla Galleria Milano, courtesy Archivio Fondazione Galleria Milano.

Nel 1973 Carla Pellegrini apriva un nuovo capitolo della sua storia. Inaugurava una sede nuova in un edificio storico tra via Turati e via Manin. Mentre garage e loft si moltiplicavano tra Roma e SoHO, innescando la moda del white cube, Pellegrini sceglieva d’incorniciare la sua contemporaneità tra boiserie liberty d’inizio Novecento e volte affrescate dalla grazia settecentesca dell’Appiani. Si abbracciava così la più elegante atmosfera da quadreria borghese per minarne i contenuti dall’interno, a partire dalla sfidante mostra d’inaugurazione. Enzo Mari firmava senza mezzi termini, “Falce e Martello”. Studenti, operai, artisti e critici (Gillo Dorfles, in testa) ne animavano un’inaugurazione-dibattito dalla partecipazione tumultuosa, un’assemblea politica, tra capriole di fumo.

Enzo Mari allestisce la mostra Falce e martello, 1973, courtesy Archivio Fondazione Galleria Milano.

«Se si pensa a te, si pensa a una che si interessa delle cose, certo non ti penserà mai come una mercante», le diceva Mari. Per questa attitudine il vastissimo archivio della galleria, oggi trasformata in fondazione, racchiude quello spiccato e coraggioso slancio verso la ricerca (se pensiamo alla mostra, “Irritarte”, curata da Lea Vergine nel 1969).

Carla Pellegrini e Aleksander Brodsky nello studio dell’artista russo, courtesy Archivio Fondazione Galleria Milano.

«Pellegrini era una figura ibrida, gallerista e storica dell’arte al tempo stesso, spinta dalla volontà di far conoscere al pubblico italiano aspetti dell’arte contemporanea cruciali e poco noti, presentandoli nel momento stesso in cui accadevano», a spiegarlo in un saggio è Bianca Trevisan, parte della storia della galleria stessa e oggi alla guida della fondazione omonima con Nicola Pellegrini. A confermare questa attività culturale sono state anche le Edizioni O, curate negli anni Settanta da Baldo Pellegrini hanno tradotto in multipli ed edizioni limitate l’apporto di artisti come Ed Ruscha. Compagna, amica e confidente, Carla Pellegrini era sempre dalla parte degli artisti, con un obiettivo costante: non ripetersi e non annoiare, prima di tutto se stessa.