Autrice: Cristiana Campanini - Art Around
Un fulmine. Pop e psichedelico. E poi cammelli rossi. Alberi azzurri. Fenicotteri e rinoceronti. La natura di Gino Marotta (Campobasso, 1935) è un eden germogliato dal boom di terreni sintetici e di processi industriali del Dopoguerra, ma anche dalla terra brulla di una provincia arida, scansata da un giovane ambizioso. È una pittura a rilievo ad assorbire e ad accendere lo spazio. È questa la sua scultura immateriale di luce. L’artista compone una sua nuova personalissima metafisica. La sagoma in lastre di polimeri trasparenti in quel campo incerto tra reale e artificiale.
Dai primi passi negli anni Cinquanta, la sua carriera esplode nei Sessanta. È una storia romana la sua, ma anche milanese, tra arte, design e architettura. Il successo è fulminante. Se la prima mostra a Milano è del 1957, dove incontra le materie e i processi industriali, grazie al design, ma anche a Triennale e a Olivetti. Già nel 1958 riceve una personale a Roma e nel 1969 è al Louvre accanto ai colleghi Ceroli, Kounellis e Pascali. I quadri li fa prima in officina con la fiamma ossidrica. Per le sculture traffica con polistirolo e i poliuretani, ma soprattutto il materiale d’elezione è il metacrilato, per le sue qualità luminescenti e cangianti.
La sua biografia è un frammento di neorealismo, crudele e umanissimo, tra guizzi inaspettati e un’ironia amara, ma carica di speranza.
A insegnargli il mestiere della tecnica dell’affresco è un pittore locale. Un po’ per gioco, un po’ per necessità. «C’era poco da fare, oltre a qualche distrazione primitiva», raccontava divertito. «Correvo solo nei boschetti e un giorno ho visto un signore con una barba lunga, come Michelangelo. Armeggiava dietro un treppiedi e strofinava bacchettine su tela. Mi sono trasferito con i suoi 13 figli, a bottega da lui». Il Molise era una regione arida. Sacrifici e precarietà, ma anche noia, per un giovane curioso, figuriamoci per un artista.
La svolta arriva a Roma. «Ho pensato bene di chiedere consiglio a uno famoso. I rotocalchi scrivevano di De Chirico. E una notte saltai su un camioncino di patate verso piazza di Spagna. Così lontano dall’artista trasognato dei giornali e di proverbiale avarizia, De Chirico mi regalò 100 lire e una manciata di consigli generosi». Oggi come ieri, perle di saggezza universali. Disegna molto. Non credere a modernismi facili. Se qualcosa ti viene, non farla. Fai solo quello che non sai. «E poi mi parlò di Nietzsche e Schopenhauer, ostrogoto per me. Disse che l’avrei potuto chiamare quando volevo. Nella vita molte persone che non avrebbero dovuto occuparsi di me, l’hanno fatto. Sono stato fortunato».
Il colore nella pittura per lui è luce, un concetto che ricorre nella storia dell’arte, da Pellizza da Volpedo a Van Gogh. Ma anche l’ombra è centrale, dà sostanza ai volumi. Pur non avendo mai smesso di dipingere, alterna sculture e spazi abitativi, luci e oggetti. Ci sono i fregi di una Sinagoga e i soffitti della RAI a Roma, ma anche gli allestimenti di una discoteca, per il piccolo night club dell'Hotel Grifone a Bolzano, nel 1968. E poi tv, cinema, teatro. I suoi set per la Bibbia di John Huston sono del 1966 mentre le trovate sceniche per Carmelo Bene navigano nella pura sperimentazione onirica, come in una “Salomé” in technicolor sagomata in colori pop.
Con Marotta la pittura incontra il design e il travaglio informale si scatena in una festa pop. Il suo gran bazar delle emozioni colonizza tutte le superfici. Un tornado di luce che non si ferma.