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Neorealismo pop per polimeri e natura. Gino Marotta e il suo Eden sintetico

Autrice: Cristiana Campanini - Art Around

Alberi e animali esotici danno vita a un paesaggio di luce e di colore, di un protagonista della felice stagione romana degli anni Sessanta 

Gino Marotta, Struzzo artificiale, 1968, cm 213x200x100, mostra Macro, 2010. Courtesy Archivio Marotta.
Gino Marotta, Miraggio di menta, 1969, cm 179x136x64. Courtesy Archivio Marotta.
Gino Marotta, 1965 albero artificiale 1965 cm 211x114x107. Courtesy Archivio Marotta.

Un fulmine. Pop e psichedelico. E poi cammelli rossi. Alberi azzurri. Fenicotteri e rinoceronti. La natura di Gino Marotta (Campobasso, 1935) è un eden germogliato dal boom di terreni sintetici e di processi industriali del Dopoguerra, ma anche dalla terra brulla di una provincia arida, scansata da un giovane ambizioso. È una pittura a rilievo ad assorbire e ad accendere lo spazio. È questa la sua scultura immateriale di luce. L’artista compone una sua nuova personalissima metafisica. La sagoma in lastre di polimeri trasparenti in quel campo incerto tra reale e artificiale.

Gino Marotta accanto allo storico dell'arte Giulio Carlo Argan nel 1959. Courtesy Archivio Marotta.

Dai primi passi negli anni Cinquanta, la sua carriera esplode nei Sessanta. È una storia romana la sua, ma anche milanese, tra arte, design e architettura. Il successo è fulminante. Se la prima mostra a Milano è del 1957, dove incontra le materie e i processi industriali, grazie al design, ma anche a Triennale e a Olivetti. Già nel 1958 riceve una personale a Roma e nel 1969 è al Louvre accanto ai colleghi Ceroli, Kounellis e Pascali. I quadri li fa prima in officina con la fiamma ossidrica. Per le sculture traffica con polistirolo e i poliuretani, ma soprattutto il materiale d’elezione è il metacrilato, per le sue qualità luminescenti e cangianti.

Un ritratto collettivo del Gruppo Crack, con Gino Marotta, accanto ad artisti come Fabio Mauri, Mimmo Rotella e Giulio Turcato, 1960. Courtesy Archivio Marotta.

La sua biografia è un frammento di neorealismo, crudele e umanissimo, tra guizzi inaspettati e un’ironia amara, ma carica di speranza.

Mio padre era guardia carceraria, la mamma si occupava di cinque figli. Tutto era poco e duro. Ma in famiglia sentivano che avevo un demone. L’hanno assecondato.

A insegnargli il mestiere della tecnica dell’affresco è un pittore locale. Un po’ per gioco, un po’ per necessità. «C’era poco da fare, oltre a qualche distrazione primitiva», raccontava divertito. «Correvo solo nei boschetti e un giorno ho visto un signore con una barba lunga, come Michelangelo. Armeggiava dietro un treppiedi e strofinava bacchettine su tela. Mi sono trasferito con i suoi 13 figli, a bottega da lui». Il Molise era una regione arida. Sacrifici e precarietà, ma anche noia, per un giovane curioso, figuriamoci per un artista.

Le scene di Gino Marotta disegnate per il set del film Salomè del 1972. La foto ritrae Carmelo Bene, che indossa una scultura-costume in metacrilato. Courtesy Archivio Marotta.
Gino Marotta a Brufa nel 2002, durante il montaggio dell'opera ambientale Grande Alone. Courtesy Archivio Marotta.

La svolta arriva a Roma. «Ho pensato bene di chiedere consiglio a uno famoso. I rotocalchi scrivevano di De Chirico. E una notte saltai su un camioncino di patate verso piazza di Spagna. Così lontano dall’artista trasognato dei giornali e di proverbiale avarizia, De Chirico mi regalò 100 lire e una manciata di consigli generosi». Oggi come ieri, perle di saggezza universali. Disegna molto. Non credere a modernismi facili. Se qualcosa ti viene, non farla. Fai solo quello che non sai. «E poi mi parlò di Nietzsche e Schopenhauer, ostrogoto per me. Disse che l’avrei potuto chiamare quando volevo. Nella vita molte persone che non avrebbero dovuto occuparsi di me, l’hanno fatto. Sono stato fortunato».

Gino Marotta, Grifoncino, allestimento in metacrilato del piccolo night dell’Hotel Grifone a Bolzano, 1968. Progetto di Cesare Casati ed Emanuele Ponzio. Courtesy Archivio Marotta.
Gino Marotta, Mare artificiale (6 elementi), cm 200x600x25, 1969. Courtesy Archivio Marotta.

Il colore nella pittura per lui è luce, un concetto che ricorre nella storia dell’arte, da Pellizza da Volpedo a Van Gogh. Ma anche l’ombra è centrale, dà sostanza ai volumi. Pur non avendo mai smesso di dipingere, alterna sculture e spazi abitativi, luci e oggetti. Ci sono i fregi di una Sinagoga e i soffitti della RAI a Roma, ma anche gli allestimenti di una discoteca, per il piccolo night club dell'Hotel Grifone a Bolzano, nel 1968. E poi tv, cinema, teatro. I suoi set per la Bibbia di John Huston sono del 1966 mentre le trovate sceniche per Carmelo Bene navigano nella pura sperimentazione onirica, come in una “Salomé” in technicolor sagomata in colori pop.

Con Marotta la pittura incontra il design e il travaglio informale si scatena in una festa pop. Il suo gran bazar delle emozioni colonizza tutte le superfici. Un tornado di luce che non si ferma.