Autrice: Cristiana Campanini - Art Around
Terre, essenze, erbe, bacche, radici, perfino insetti. Sono materie estratte nel bosco e lasciate macerare. Spremute, distillate, dosate. I colori affiorano su tela. Il processo è lungo, avviene nella natura e con la natura.
L’artista è Renata Boero (Genova, 1936), “sciamana” della pittura, come la definiva Gilberto Zorio. Con una sintesi immediata ed efficace, il maestro dell’arte povera racchiudeva quella sua personalissima necessità di sintonizzarsi con la natura e i suoi colori, come ha raccontato nel 2019 il Museo del Novecento e, fino al 9 novembre 2025, i Musei Civici di Palazzo Buonaccorsi, a Macerata.
È un atlante cromatico, ampio, inafferrabile, nutrito da associazioni infinite, a partire da ciò che troviamo nel mondo vegetale, dalla curcuma alla cocciniglia alla ratania per passare alle radici. Anche i supporti stratificano racconti. Sono tele marine. Boero le acquista al Porto di Genova. La scelta di non intelarle trattiene e svela la loro provenienza. C’è il senso politico del luogo da cui provengono. Ci sono lavoro e fatica, ma anche libertà e viaggio. Quella materia porta con sé tutta la poesia del mare e del vento. A volte la scala dei suoi teleri è imponente. Le superfici arrivano fino a 20 metri. Sono piegate e ripiegate.
Lo spazio, così scandito in riquadri, potrebbe evocare le pagine di un grande libro. Ed è nel passaggio da un colore all’altro che si materializza il racconto. Il risultato cromatico giunge solo al termine di un processo di affioramento e di tintura che chiede tempo e attesa. È un lavoro progressivo e in parte aleatorio. In alcuni casi, dopo la tintura, l’artista torna a depositare quelle superfici nel paesaggio, in una restituzione, che ha qualcosa performativo.
Dall’infanzia a Torino al collegio in Svizzera, il viaggio tra arte e vita la avvicina alle teorie Junghiane, in un progressivo approccio al simbolico e al naturale. Ma tutto ha inizio durante una vacanza, da ragazza, a Varigotti. «Un signore gentile mi vide lavorare e mi lasciò un biglietto da visita. Era Felice Casorati che mi avrebbe invitato a esporre alla Quadriennale di Roma, nel 1959».
A Genova è allieva di Emilio Scanavino, ma in parallelo alla sperimentazione pittorica, ha un’altra competenza che sostanzia quel processo creativo unico: il restauro.
L’artista si misura a lungo con i segreti dei pigmenti naturali racchiusi nell’arte antica, a partire dagli arazzi. Da questo lavoro, derivano molte di quelle sue competenze cromatiche, che poi si materializzano in serie come i “Cromogrammi”. Dagli anni Sessanta il tentativo appare quello di creare una pittura in assenza dell’artista, che aspira a una smaterializzazione della pittura come gesto. Anche la disciplina yoga si accompagna al lavoro.
Negli anni Ottanta Luigi Veronesi le cede la cattedra di Cromatologia alla Naba di Milano. La riflessione abbraccia formule e tempi di assorbimento del colore, un viaggio nel tempo che si declina anche al suono e agli odori. Ma la natura resta al centro. Protagonista. Rappresentata nella sua essenza, esoterica e magica.