Autrice: Cristiana Campanini - Art Around
Al centro era la linea. Metafora stessa dell’esistenza, fin dalle origini. Mario Nigro (1917-1992) la declinava con ostinata dedizione negli anni, attraverso la sua opera.
Reticoli, griglie, intrecci, fughe. Si dipanava così, il viaggio inarrestabile di Nigro.
La sua linea aspirava all’infinito, poi si frammentava in piani scoscesi e si moltiplicava in strutture, infine evaporava, sciogliendosi in nuvole di colori. A brevi tratti era questo il viaggio di uno scienziato della linea.
Laureato in chimica e in farmacia a Pisa, appassionato di mineralogia, conosceva il metodo scientifico, ma anche la struttura del pensiero musicale. Gli studi in pianoforte e violino, influivano, ad esempio, sulle ritmiche compositive, a tratti sincopate. La razionalità delle strutture apriva anche alle emozioni, alla poesia e alla grande letteratura, nei titoli, da “Ettore e Andromaca” a “Trilogia dell’amore”.
Tra impulso dell’artista e puntiglio dello scienziato, passo dopo passo, affioravano le trame di una vita intera. Si formava da autodidatta, immerso nella tradizione macchiaiola toscana, legata alla luce e al paesaggio, ma dal 1947 apriva un dialogo con i maestri delle avanguardie astratte, dal lirismo di Kandinskij al neoplasticismo di Mondrian. Sono gli anni in cui lavorava come farmacista agli Spedali civili di Livorno, quando muoveva i primi passi nel mondo dell’arte.
Nel 1949 era la sua personale alla libreria Salto a introdurlo a Lucio Fontana e agli artisti del Mac. Dieci anni dopo, dal 1958 si trasferiva a Milano, dove in fretta veniva adottato da una città in cui si consumava un dibattito tormentato attorno al tema dell’astrazione.
Il suo studio era di fronte a un altro luogo simbolo di una generazione come il Bar Jamaica.
La griglia diventava presto il tema più riconoscibile, la sua cifra. Quella struttura si apriva anche a fughe improvvise, colori timbrici e slanci, dalla profondità inattesa. E in parallelo anticipava tendenze e movimenti dell’arte, dall'astrazione geometrica all'optical al minimalismo. Sorprendono ancora oggi, ad esempio, “I collage vibratili” del 1964. Spazzavano via qualsiasi schema precedente, attingendo a motivi radiali. Tempestati di segni a china minuscoli, delineavano un’atmosfera pastellata. Il quadro si apriva prestissimo anche all’installazione. E negli anni Ottanta la linea si dissolveva infine in una macchia.
Quel viaggio avvincente incontrava anche i drammi della storia. Nel 1993, le opere di Mario Nigro erano raccolte al Pac, pronte per essere allestite in una retrospettiva-omaggio, a un anno dalla morte dell’artista.
La mostra non avrebbe mai aperto, cancellata dalla violenza della strage di via Palestro. Cento chili di tritolo esplodevano nel silenzio immobile di una notte di mezza estate tutt’altro che sognante, cancellando 5 vite e travolgendo un luogo simbolo della città come il Padiglione d’arte contemporanea con parte delle opere che conteneva. Crollava così anche l’idea di una mostra mai più riallestita nella sua interezza.
Il debito di Milano verso Nigro sarebbe stato risarcito trent’anni dopo, a riportarlo in scena nel 2023 una mostra diffusa da Palazzo Reale agli Archivi del Museo del Novecento, con una costola-simbolica di una sola opera anche al Pac. Si riannodava così quel filo spezzato, tra ragione e sentimento, dal rigore della squadra al furore neo-espressionista. In fondo, la sintesi di una dialettica irrisolvibile.