Autrice: Cristiana Campanini - Art Around
Voce impostata, da attore, Pino Pinelli (1938-2024) da ragazzo figurava nel “Bell’Antonio”, girato da Mauro Bolognini nella sua Catania nel 1960. A questo dosava un ritmo lento, da sapiente. Il cinema era stata una breve tentazione.
«Per la mia faccia da mascalzone, ma qualcosa l’avevo combinata. Pensavo anche di trasferirmi a Roma, all’inizio. Presto avrebbe vinto Milano».
Gentiluomo d’altri tempi, siculo e milanese, come si definiva e come ci restituisce un documentario dedicatogli da Mimmo Calopresti, era solo omonimo del ferroviere anarchico. È stato uno dei principali protagonisti della Pittura Analitica.
«La città del futuro e di Lucio Fontana. Un faro che attraeva. Ma all’inizio era stata durissima». Non era forse facile inserirsi, per chi, come lui, non aveva studiato in città e non conosceva ancora nessuno. Per vent’anni, il suo studio era stato al secondo piano in una casa di ringhiera di via Brera. Civico 23, lo stesso di un altro scienziato dell’astrazione, come Mario Nigro, al lavoro al quinto piano. «Ero a 12 passi dal portone di Brera, che in fondo è stato il mio quartier generale per tutta la vita, perché si respirava profumo d'Accademia». Qui concepisce il suo primo “Rettangolo spezzato”. Nel suo studio, s’incontrava con Gianfranco Zappettini, Vittorio Matino, Claudio Olivieri tra gli amici artisti.
Volevano allontanarsi da tutta quell’irruenza informale e materica che li aveva preceduti nella pittura. Per questo si ponevano con piglio analitico, indossando il camice bianco da scienziati di laboratorio, più che quello da pittori scapigliati. Sondavano l’ultima avanguardia possibile, nel tentativo di dipingere partendo dal nulla, dal vuoto. Orme e tracce, oltre la forma-quadro, dalla metà degli anni Settanta venivano definite Disseminazioni (una delle prime, è in collezione al Museo del Novecento di Milano).
«È difficile trovare uno spiraglio di libertà, in una storia della pittura imponente come quella italiana, dove Giotto, Masaccio, Piero della Francesca ti guardano dall’alto». Così Pinelli indagava oltre la cornice, oltre il limite, ma senza mai dimenticare le lezioni apprese dalla storia dell’arte.
«Masaccio dà corpo al pensiero. I suoi corpi pensano. Con Piero della Francesca, la luce metafisica giunge cinquecento anni prima della metafisica. Caravaggio, invece, è già cinema. E poi Matisse fa cantare il colore. La lezione di Mondrian va all’essenza».
Con la medesima aspirazione di sintesi, Pinelli definiva una scansione monocroma. C’erano il giallo, il rosso, il blu, ma anche il nero. I toni erano così intensi e luminosi da far brillare le sale che li accoglievano. Timbrici e magmatici, risuonavano nello spazio. La sua pittura tratteneva una tattilità propria della scultura. I pigmenti ne tempestavano l’opera, inseparabili dalla materia, vellutata e sabbiata. “M’interessava che la pittura si rivolgesse al corpo”. Ed ecco apparire onde, interferenze, segmenti, inconfondibili tracce di colore disposte a parete. Le isolava come brevi pennellate materiche ingigantite. Concettuale e allo stesso tempo sensuale, così la sua pittura. Da accarezzare con lo sguardo.